Questo non é un racconto.

Quando succedeva, e succedeva eccome, il mio cuore prendeva a battere riempiendomi le orecchie.
Avevo il registratore in mano, quasi sempre, e temevo che non uscisse altro che il rumore del mio cuore.
Temevo che non si sentisse altro che il mio corpo che tremava, a scossoni.

Ho denunciato, l’ho fatto.

Non era un ex a farmi violenza, non era un uomo a seguirmi e perseguitarmi.
Ma il discorso era molto, molto simile.

Ho denunciato perche’ la legge c’era.

Ho tremato, ho scritto, ho pianto, sono andata dalle forze dell’ordine ricevendo consigli da due soldi, sono andata da un avvocato che non potevo pagare ma ci ho provato.

Ho denunciato quindi, il mio compito l’ho fatto anche se giustizia non ce ne e’ stata.

Mi accorgo ora, nuovamente, del popolo che sa tutto e anzi quasi pensa di esserci stato in certe stanze, mentre questa o quell’attrice era vittima di violenza, ad Hollywood.
Il popolo si’, che avrebbe fatto diversamente.

Lui si’, che non sarebbe sceso a patti, che avrebbe avuto la luciditá, in mezzo a quel tremore che io personalmente ho provato ed auguro a nessuno di provare, di dire no, di dire basta.

E di denunciare a persone che si’, forse ti avrebbero aiutato.
Forse no.
Forse non saresti, tu popolo, stato abbastanza credibile.
Forse non saresti, tu popolo, stato abbastanza ricco da iniziare un processo.

Ma il popolo dubbi non ne ha, lui sa.

Chissa’ cosa direbbe di me, il popolo, di me che ho denunciato.

Se torno indietro con la memoria non ricordo sostegno, non ricordo parole di conforto e neanche pacche sulla spalla.

Ricordo invece persone care dirmi “ehh, se fosse capitato a me ora non stava in piedi per quante gliene avrei dare”.
“Ehhh, se fosse capitato a me, gli avrei messo le mani addosso”.
“Ehhh, al posto tuo io sí che avrei risolto”.

Ho denunciato, popolo.
Non ha portato a niente, ma l’ho fatto.

Ho denunciato e tu, che fai tanti proclami, dovresti essere dalla mia parte ma non lo sei.

Tu sei quello che in certe situazioni avrebbe fatto meglio, avrebbe fatto giusto.

Pur non avendo, di fatto, mai fatto un bel niente.

Ti auguro di rimanere con queste certezze e di non provare mai sulla tua pelle quel tipo di violenza, quel tipo di dolore e quel tipo di vergogna.

Beata sia, la tua spiccia ignoranza.

ANTI-VAX

Anche io conosco un anti-vax.

Conosco é un parolone, é una di quelle persone che devi aggiungere su FB perche’ altrimenti “sta brutto” e poi lasci lí, relegata tra i conoscenti.
Tra te e lui un muro.

Ogni tanto appariva nella mia Home, spesso di cattivo umore, sempre in lotta con qualcuno.
Perlopiú i piú deboli.

I migranti, che gli toglievano il lavoro, malgrado nulla lo avrebbe mai schiodato dal suo trono nel settore pubblico.
I migranti, che portavano malattie indicibili secondo le sue fonti di seconda e terza mano.
I migranti, che da oggi ci imponevano di mangiare il cane !!!1!! e indossare il burka !!1!!1.

Il tutto letto sui suoi siti per nulla affidabili e riportato, con qualche licenza poetica, dalle sue dita incazzate.

I siti, quelli che snocciolava come un mantra quando gli si chiedeva di citare le fonti, digitando link scemo dopo link scemo.

Come tutti gli idioti era sempre sicurissimo di tutto.
Non un velo di dubbio.

Un pensiero dritto.

E’ un uomo molto solo, si vede e di quella solitudine ha fatto corazza con pane e cattiveria.

Internet é diventato il suo unico salotto e da qualche mese le sue apparizioni su FB sono diventate piú frequenti, una spiacevole costanza.

Si é spesso reso ridicolo oltre ogni misura e malgrado le cose che dicesse, ho provato pena per lui.

Malgrado il suo percorso personale, formativo e/o professionale non lasciasse presagire nulla di simile, ha deciso di illuminarci sul tema dei vaccini ergendosi a faro, di nuovo con la veritá in tasca e la sicurezza piú cieca e bieca a bendargli occhi e orecchie.

La sua battaglia é diventata un credo fatto di certezze e hashtags, una nenia continua che si innalza – e qualche volta rimbalza – nel sottofondo di FB.

“Condividi il mio post, salviamoci da questa mattanza!”, ha scritto proprio ora, pubblicando l’ennesima fesseria.

Ed ho pensato che volevo condividere sí ma di non condividere.

Da conoscente, puff, l’ho rimosso, é sparito dalle mie amicizie obbligate e l’aria sembra giá piú leggera.

Rimane una grande pena.

(Sveglia!!1!1)

L’AMORE SI SCRIVE ANCHE COSI’

[ATTENZIONE: Contiene testo non appropriato per minori e men che meno per chi non conosce cosa sia il piacere]

[ATTENZIONE: Contiene testo non appropriato per minori e men che meno per chi non conosce cosa sia il piacere]

 

“Vienimi addosso”, disse lei girando appena la testa verso di lui, che la accontentó.
Mancandole la schiena ma prendendo il muro.

“Non andrá più via, lo sai?”, rise, pensando alla casa in affitto, che dalle loro mani sarebbe passata un giorno a quelle di qualcun altro.

“Qualcun altro saprà quanto ci siamo amati qui dentro”, commentó lui, tranquillo.

LA LUCE IN FONDO AL CORRIDOIO

Era inciampata sul tavolino basso in vetro, quel piccolo pezzo d’arredo che ricordava bene di aver spostato solo la settimana prima.

Il dolore al collo del piede era nulla rispetto alla rabbia che le montava dentro.

Alzó gli occhi verso di lui per metterlo a fuoco e cominció.

“Tu mi fai schifo”, sibilló, dapprima piano.
“Le hai permesso di nuovo di mettersi tra noi, di decidere cosa sia meglio per questa casa”.
“Che schifo di uomo, che schifo di uomo sei per permettere questo”?

Le parole uscivano fuori crescendo, alte, così come salgono tutte le accuse quando l’altro é impreparato e tace.

“Teresa…”, bisbiglió lui, senza riuscire a guardarla in faccia, mentre erano lí, in mezzo al corridoio ed una luce si accendeva nella stanza in fondo alla casa.
“Teresa…”, riuscí a dire, questa volta con fermezza ma sempre con gli occhi bassi e mantenendo una strana distanza di sicurezza.
“Questa é la casa dei miei genitori, tu non abiti qui cosí come non ci abito piú neppure io…”.

Gli occhi di lei diventarono un pozzo ed il labbro le prese a tremare.

“Ah, così la pensi?”, ruggí.
“Mi fa davvero molto piacere!”, disse, dando un calcio al tavolino con il piede che le faceva ancora male.

Uscí dalla porta principale sentendosi ancora la padrona.

Che senza palle le era capitato di fronte.